
Novità sul fronte CITES
Siamo nel periodo delle deposizioni delle nostre tartarughe mediterranee;
molti di noi hanno allestito un'incubatrice artigianale o hanno
acquistato un modello di produzione industriale, più costoso ed
affidabile, per far nascere quante più tartarughine possibile,
quasi tutte di sesso femminile (chi non tara il termostato sui
32° C?).
Perché questo “sbattimento”? Perché non lasciare fare a Madre Natura? Innanzitutto con l’incubatrice diamo la possibilità a tutte le uova fertili di schiudersi eliminando una miriade di fattori esterni che possono impedire il… lieto evento: rotture accidentali dovute al calpestio o ad altre tartarughe che scavando a loro volta per deporre distruggono i nidi più vecchi, alle radici di erba e piante che letteralmente possono impedire l’uscita all’aria aperta dei piccoli, agli insetti, formiche in primis, che non si fanno pregare per attaccare le uova e i piccoli nelle prime ore di vita, per arrivare agli agenti atmosferici, che in caso di estati troppo fresche o piovose arrivano addirittura a far marcire le uova.
Io stesso, da quando faccio incubare, ho quasi triplicato la percentuale di nascite. E poi? Non tutti (nessuno!) hanno la possibilità di tenersi la totalità dei nati, lo spazio nel nostro hobby non è mai abbastanza. Ecco quindi farsi avanti la necessità di cedere, ad amici e conoscenti che ce ne fanno richiesta, alcuni esemplari del nostro “allevamento”.
|
|
Nessun problema: basta compilare i soliti moduli di “cessione gratuita”, inviare una copia per conoscenza alla più vicina sede della Guardia Forestale ed il gioco è fatto. Ma chi ha decine o addirittura centinaia di nascite ogni anno? Esaurita la cerchia di amici e parenti, dove “piazzare” i piccoli fatti nascere con tanto amore? Sono migliaia le persone che le acquisterebbero, contribuendo quindi alla diffusione ed alla salvaguardia delle varie specie, ormai minacciate in natura
dalla distruzione dei loro habitat e dal bracconaggio.
Ho usato il condizionale, infatti non le possono acquistare, se non in alcuni negozi che le importano a caro prezzo da altre nazioni europee, spesso malate, visto che vengono stabulate assieme ad esotiche. Importare tartarughe mediterranee in Italia dalla Germania: sembra un controsenso, ma è così! Infatti da noi il rilascio da parte delle autorità, a chi ne fa richiesta, dei famosissimi CITES (gialli) richiede molta burocrazia e tempi biblici, a volte più di un anno.
Non mi dilungo nel descrivere le procedure e soprattutto le spese che si devono affrontare, lungi da me gettare benzina sul fuoco della polemica, tanto più che da un anno a questa parte il rilascio dei certificati è stato addirittura bloccato, sortendo l’unico effetto di fare aumentare i guadagni dei bracconieri e di far ulteriormente diminuire il numero di tartarughe in natura.
Qualcosa forse però si sta muovendo! Il TCI, nella figura ormai mitica del suo Presidente, l’inesauribile Agostino Montalti, è riuscito ad avere un incontro a Roma con l’Autorità di Gestione CITES e Commissione Scientifica, che ha portato il TCI a formulare una nuova proposta per i rilasci dei certificati CITES “per le tartarughe del genere Testudo nate in cattività da riproduttori legalmente detenuti ed inserite in Appendice II, Allegato A del regolamento CE 338/92” che riportiamo in parte a pg. 34 (purtroppo salta la rubrica della posta, ma solo per questo numero!).
Ci vorranno mesi, forse anni, per portare la situazione italiana in linea con quelle degli altri paesi. Stavolta però da parte delle Autorità è emersa un’inedita disponibilità ad ascoltare.
Andrea Franzoi
|